Terre rare: storia e definizione
Le terre rare, dette anche REE (Rare Earth Elements), sono un gruppo di 17 elementi che fanno parte della famiglia dei metalli. In particolare, il neodimio, il praseodimio e il disprosio sono cruciali per la produzione di magneti permanenti. Sono quindi essenziali per molte applicazioni nell’ambito automotive, della sensoristica e delle tecnologie impiegate nella produzione di energia pulita, come turbine eoliche e veicoli elettrici.

Nonostante il nome possa far pensare ad elementi poco comuni, il termine “Terre rare” non ne indica la scarsità di presenza sul Pianeta. Terre rare venne in realtà assegnato a questi elementi chimici per via della loro difficile identificazione e per la complessità del processo di estrazione e lavorazione. Essi, infatti, non si trovano mai in forma pura come ad esempio l’oro e l’argento, ma sono sempre mescolati con altri elementi. Il primo mix di terre rare venne scoperto in Svezia nel 1787 grazie a un chimico svedese, Carl Axel Arrhenius. Solo nel 1803 si riuscì a isolare la prima terra rara: il cerio.
Una curiosità: si ritiene che il nome di “terre rare” arrivi proprio dalla Scandinavia, dove il ritrovamento di questi materiali veniva considerato insolito.
La diffusione delle terre rare nel mondo
Attualmente le riserve di terre rare mondiali ammontano a circa 130 milioni di tonnellate metriche. La Cina, con 44 milioni di tonnellate, mantiene una posizione dominante sia nella produzione che nelle riserve. Tra i Paesi con il maggior numero di giacimenti troviamo anche Brasile, India, Australia, Russia, Vietnam, e Stati Uniti D’America. Altri depositi significativi si trovano in Sudafrica, Burundi e Tanzania. La Groenlandia, che vanta risorse minerarie importanti, conta riserve di zinco, rame e cobalto, ed è particolarmente ricca anche di terre rare. È lì che si trova il sito di Kvanefjeld, considerato il secondo deposito di terre rare al mondo nonostante l’estrazione sia ferma da tempo.

L’alta concentrazione di terre rare in Cina
L’elevata presenza di terre rare in Cina ha costretto l’Unione Europea, negli ultimi anni, ad affidarsi interamente a Pechino per l’approvvigionamento di questi minerali strategici. La dipendenza da un unico fornitore comporta però il rischio di interruzioni nella fornitura a causa di conflitti commerciali, tensioni geopolitiche o crisi sanitarie. Per questo motivo l’Unione Europea ha puntato molto su ricerche e strategie di sviluppo per incrementare la propria autonomia nel settore minerario.
I grandi giacimenti Europei: Svezia, Norvegia
Nel gennaio 2023, a Kiruna, nella Lapponia Svedese, è stato scoperto quello che all’epoca si pensava essere il più grande giacimento europeo di terre rare. Vi si trovavano infatti oltre 1 milione di tonnellate di ossidi di terre rare. Questo fino a giugno 2024 quando la società mineraria norvegese Rare Earths Norway (“REN”) ha annunciato una nuova scoperta da record. Il giacimento, individuato tre anni fa nel complesso di Fen, nei pressi di Oslo, in Norvegia, ha superato per dimensioni quello svedese. Qui, in corrispondenza di un antico vulcano estinto, si troverebbero ben 8,8 milioni di tonnellate di ossidi di terre rare. Una quantità nettamente superiore a quella presente a Kiruna. L’oggetto dell’attuale esplorazione è la parte centrale del sito. Lì infatti si stima la presenza di 1,5 milioni di tonnellate di ossidi di neodimio e praseodimio, utilizzati per la produzione di magneti permanenti.
Le prospettive Europee per il futuro
L’obiettivo per la società mineraria norvegese Rare Earths Norway, sarebbe di creare una filiera di produzione completa, “dalla miniera al magnete”. Grazie ai giacimenti del complesso di Fen, a basso impatto ambientale e altamente produttivi, si riuscirebbe in prospettiva a soddisfare il 10% del fabbisogno Ue. Si tratterebbe perciò di un passo fondamentale per ridurre la dipendenza dell’UE dalla Cina, che è il maggiore produttore di terre rare a livello globale. L’intenzione è quella di iniziare l’estrazione nel 2030, avvalendosi di tecnologie estrattive e di lavorazione dei minerali sostenibili, dal minore impatto ambientale. Per quanto riguarda invece il sito svedese di Kiruna, si stanno ancora eseguendo molte analisi preliminari per comprenderne la composizione e il deposito. È necessario inoltre verificare le condizioni necessarie per l’estrazione, tra cui come minimizzare e/o compensare l’impatto ambientale. Solo in seguito all’analisi dei risultati si potranno ottenere i permessi estrattivi necessari per dare il via alla realizzazione della miniera. Ed è per questo motivo che non è possibile parlare di estrazione prima dei prossimi dieci o quindici anni.
E le terre rare in Italia?
Finora poco presente nel dibattito sulle terre rare, anche l’Italia può vantare un sottosuolo ricco di risorse strategiche. Secondo l’ISPRA (l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), nel nostro Paese sono presenti 17 elementi chimici appartenenti al gruppo delle terre rare.
Molti giacimenti, oggi dismessi, erano attivi in passato ma chiusi per via degli alti costi di estrazione. Giacimenti di rame si trovano, ad esempio, nell’Appennino toscano e in quello ligure-emiliano, nelle Alpi occidentali, in Trentino e in Sardegna. Il manganese è stato estratto in Liguria e in Toscana; il tungsteno si trova in Calabria, in Sardegna e nelle Alpi occidentali. Il cobalto in Sardegna e in Piemonte. La magnesite (o manganese) in Toscana. C’è poi il capitolo del litio, dove l’Italia può contare su quantitativi importanti in forma di litio geotermico nell’area tra Toscana, Lazio e Campania. Riaprire questi siti minerari potrebbe rappresentare un’opportunità, ma andrebbe valutato con attenzione il rapporto tra costi, benefici ambientali e le più avanzate tecnologie di esplorazione.
In conclusione, accanto all’estrazione, è fondamentale investire nel recupero e nel riciclo dei materiali: un passo essenziale per costruire una filiera più sostenibile e autonoma. Anche per l’Italia.
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