Data di aggiornamento: Luglio 2025
La competizione tra Cina e USA ha raggiunto un nuovo livello di complessità, spostandosi dal semplice commercio alla contesa per controllare le materie prime strategiche. Al centro di questa sfida si trovano le terre rare, un gruppo di elementi fondamentali per l’elettronica, l’energia verde e l’industria della difesa. Ma in particolare, è l’esportazione di magneti permanenti, soprattutto quelli a base di neodimio (NdFeB), a essere diventata oggi il fulcro della tensione globale.
Nella supremazia sulla geopolitica dei magneti permanenti, la fa da padrona, la Cina ha un ruolo dominante, con una stretta doganale calcolata.
Oltre a detenere il primato mondiale nella produzione di terre rare, la Cina domina quasi completamente la filiera dei magneti permanenti ad alte prestazioni. Questi componenti sono indispensabili per la produzione di motori elettrici, turbine eoliche, sensori, robot industriali, dispositivi medicali avanzati, armi ad alta precisione, e molto altro.
Nel 2024, la Cina ha esportato circa 60.000 tonnellate di magneti permanenti, coprendo più del 90% della domanda mondiale.
Nessun altro Paese è in grado, al momento, di eguagliare la capacità produttiva, la qualità e il prezzo dei magneti cinesi. Questa dipendenza estrema rappresenta un rischio strategico per tutto l’Occidente.
A partire da luglio 2024, il governo cinese ha introdotto infatti dazi all’esportazione su diversi tipi di magneti a base di terre rare, colpendo in particolare:
- Magneti in terre rare: NdFeB e samario cobalto (i più utilizzati nell’industria automotive e aerospaziale);
- Magneti bonded, usati in elettronica di consumo;
- Componenti magnetici assemblati, pronti per l’integrazione industriale.
Queste misure si applicano a tutti i Paesi, ma sono chiaramente rivolte a contenere la crescita tecnologica di Stati Uniti, Giappone ed Europa. Oltre a costringerli in questo modo a investire in alternative più costose o meno efficienti.
La risposta occidentale è una corsa contro il tempo.
Questa nuova urgenza si inserisce pienamente nella più ampia geopolitica delle terre rare, dove il controllo delle catene di approvvigionamento è diventato una leva strategica. Per l’Unione Europea, la situazione si fa particolarmente critica. Attualmente, l’UE importa circa 98% dei magneti permanenti dalla Cina. Le nuove tariffe cinesi stanno già incidendo sui costi delle linee produttive in Germania, Italia e Francia, in particolare nei settori automotive ed energie rinnovabili.
Negli Stati Uniti invece, il governo ha stanziato fondi pubblici per sviluppare un’industria nazionale di magneti, in collaborazione con partner come Australia, Corea del Sud e Giappone. Questo processo di rilocalizzazione produttiva è noto come ‘reshoring’ e punta a ricostruire filiere interne o alleate per ridurre la dipendenza strategica dalla Cina.
L’Unione Europea, con il Critical Raw Materials Act, ha inserito i magneti tra i componenti critici da produrre internamente. Il piano prevede che entro il 2030 l’UE debba:
- estrarre almeno il 10% del suo fabbisogno di materie prime critiche,
- lavorare e trasformare internamente almeno il 40% internamente,
- riciclare almeno il 15% delle materie utilizzate.
Paesi come Svezia, Norvegia, Portogallo e Italia sono al centro di nuove esplorazioni e progetti minerari. Francia e Germania invece puntano sul riciclo e sulla ricerca avanzata per ridurre questa dipendenza. Molte aziende europee stanno rivalutando i propri fornitori o anticipando piani di reshoring e investimento in tecnologie alternative (come magneti senza terre rare). Il divario tecnologico, però, è ancora ampio e i tempi di sviluppo industriale non sono compatibili con l’urgenza imposta dai dazi cinesi.
Conclusioni: una nuova fase nella geopolitica delle terre rare
La guerra commerciale sulle terre rare è entrata in una fase più sottile ma potenzialmente più dirompente. La Cina sta infatti usando i magneti permanenti come un nuovo strumento di pressione geopolitica. Uno strumento più sofisticato e meno evidente di un embargo diretto, ma altrettanto efficace. In un mondo dove la transizione energetica e l’autonomia tecnologica sono priorità strategiche, controllare i “nodi invisibili” della catena produttiva globale, come i magneti, significa controllare il ritmo dello sviluppo altrui.
Mentre Pechino rafforza la sua posizione, imponendo dazi e condizionando le esportazioni, l’Occidente si ritrova di fronte a una scelta obbligata: accelerare l’autonomia industriale o rischiare di perdere il controllo su interi settori tecnologici e strategici.
L’Europa, ancora priva di una catena di valore completa, si trova esposta. Se non riuscirà a colmare rapidamente il gap produttivo e a diversificare le fonti, la nuova geopolitica delle terre rare potrebbe trasformarsi in una crisi industriale di lunga durata.
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